Quando si sta per avviare la propria attività in franchising è necessario fare un’attenta valutazione dei costi che si devono sostenere. Comprendere quanto costa davvero un franchising e come sono suddivise le spese è necessario sia per capire quanto effettivamente investire nella nuova attività sia per valutare la sostenibilità del proprio progetto imprenditoriale. Vediamo dunque, in modo dettagliato le tre voci di spesa più rilevanti per l’apertura di un’attività in franchising, ossi: fee, royalty e investimento iniziale.
Comprendere i costi del franchising oggi
Per riuscire a valutare se un progetto è davvero sostenibile serve guardare ai costi che questo determina per il franchisee, oltre ad una scelta consapevole del marchio al quale affiliarsi.
Ogni rete in franchising definisce una propria struttura economica con diverse voci di spesa, le principali sono: fee d’ingresso, royalty e investimento iniziale.
Capirne il significato, le modalità di calcolo e l’impatto sul rendimento complessivo dell’attività è fondamentale per evitare errori di valutazione che, nel medio periodo, possono compromettere la redditività.
Il franchising è un rapporto di collaborazione continuativa, regolato da un contratto preciso, che unisce due soggetti con obiettivi convergenti: il franchisor, che tutela il proprio brand e ne diffonde il modello operativo, e il franchisee, che investe capitale e tempo per replicare quel modello sul territorio.
Dietro la cifra che si versa per entrare in rete non si nasconde solo un costo, ma una somma di elementi intangibili: know-how, formazione, marketing, consulenza che rappresentano il vero valore dell’accordo.
Fee d’ingresso: cos’è e cosa include
La fee d’ingresso rappresenta il primo costo che un franchisee deve prendere in considerazione. La fee d’ingresso rappresenta una somma fissa che viene versata al momento della sottoscrizione del contratto, che consente di entrare a far parte della rete e di utilizzare il marchio.
Spesso si tende a considerarla un semplice diritto d’accesso, ma in realtà include diversi elementi di valore che meritano di essere compresi a fondo.
Questa quota copre di norma:
- l’attività di selezione e formazione iniziale.
- la concessione del know-how operativo.
- l’assistenza nella ricerca della location e nella progettazione del punto vendita.
- L’uso del marchio e del format commerciale.
In alcuni casi comprende anche l’allestimento grafico, l’arredo standardizzato e le prime forniture di materiale promozionale.
L’importo può variare notevolmente a seconda del settore e del posizionamento del brand. Si va da franchising con fee di poche migliaia di euro, tipici dei servizi a domicilio o del digital business, fino a investimenti superiori ai 30.000 euro per marchi consolidati nel food o nella moda.
Più il brand è riconosciuto e più solida è la struttura di supporto offerta, maggiore sarà la cifra richiesta per entrare nel network.
La fee d’ingresso deve essere considerata come un investimento di accesso: il prezzo per entrare in un sistema già collaudato, che riduce le incognite dell’avvio e mette a disposizione strumenti di gestione, marketing e formazione. Un franchisor serio, inoltre, non guadagna dalla fee in sé, ma dal successo e dalla durata del rapporto con i propri affiliati.
È buona norma, prima di sottoscrivere il contratto, richiedere un dettaglio preciso di ciò che la fee copre, verificare se include l’assistenza legale e amministrativa, e accertarsi che siano previste sessioni di formazione iniziale realmente operative, non solo teoriche.
Royalty: il canone periodico
Le royalty costituiscono la forma di remunerazione continuativa per il franchisor e rappresentano il contributo economico che l’affiliato versa periodicamente, solitamente ogni mese, in cambio dell’assistenza, dell’uso del marchio e dell’aggiornamento costante del format.
È un meccanismo che garantisce equilibrio e continuità nel rapporto: il franchisor è incentivato a far crescere l’affiliato, poiché i propri guadagni derivano dal successo della rete.
Le modalità di calcolo possono variare. In quanto alcuni contratti prevedono una percentuale sul fatturato lordo, altri stabiliscono una cifra fissa mensile. Nel primo caso, le royalty crescono in proporzione alle vendite e premiano chi gestisce volumi più elevati; nel secondo, l’importo resta costante, offrendo maggiore prevedibilità dei costi ma riducendo la flessibilità.
Oltre alle royalty classiche, alcune reti prevedono contributi pubblicitari o marketing fee, destinati a finanziare campagne promozionali nazionali o locali a beneficio dell’intera rete. Anche questi costi vanno considerati nel piano economico, perché incidono sulla marginalità e spesso rappresentano un valore aggiunto in termini di visibilità e riconoscimento del brand.
Il livello di assistenza fornito dal franchisor giustifica l’entità delle royalty, se la casa madre che garantisce aggiornamento costante, formazione periodica, supervisione sulla gestione, campagne marketing e strumenti digitali di analisi delle performance può legittimamente richiedere una percentuale più alta, poiché restituisce valore concreto.
Quando invece il supporto è limitato e il franchising si riduce alla mera concessione del marchio, una royalty elevata diventa un segnale di squilibrio. È quindi importante valutare il rapporto tra costi e benefici, chiedendo di visionare esempi reali di piani economici o bilanci tipo, che consentano di stimare il punto di pareggio.
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Investimento iniziale e costi operativi
L’investimento iniziale racchiude l’insieme delle spese necessarie per aprire e rendere operativo il punto vendita o la sede dell’attività. È la parte più variabile dell’intero progetto, perché dipende dalla dimensione del locale, dalla posizione, dal tipo di allestimento richiesto e dal settore di riferimento.
Nel settore food e ristorazione o bar, ad esempio, l’investimento iniziale può superare facilmente i 100.000 euro, considerando impianti, arredi, attrezzature di cucina, insegne e prime scorte. Nei franchising di servizi, invece, si può partire con cifre molto più contenute, anche inferiori ai 20.000 euro, soprattutto se l’attività non richiede un punto fisico.
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A questi si aggiungono i costi operativi ricorrenti: utenze, stipendi, forniture, manutenzione, logistica e naturalmente le royalty periodiche.
Per valutare correttamente l’investimento, un imprenditore deve stimare il tempo di rientro del capitale e confrontarlo con altre opportunità di business.
È importante avere e svolgere un’indagine economico-finanziaria simulata che permetta di capire il potenziale margine operativo e la soglia di fatturato necessaria per raggiungere il pareggio.
Infine, da non dimenticare nella proiezione, un elemento spesso sottovalutato che riguarda la flessibilità del contratto: durata, rinnovo, possibilità di rivendere il punto affiliato o di modificare la sede. Tutti questi aspetti incidono sull’equilibrio economico e sul valore complessivo dell’investimento.
Quando si sceglie un franchising, la cifra investita deve essere proporzionata al ritorno atteso, ma anche alla solidità del progetto e alla visione a lungo termine.






















